Terza serata: scrivere di sé senza perdersi (e senza perdere chi ci legge)

Questo è il mio personale racconto della terza serata del laboratorio di lettura che si è tenuto presso il gruppo di lettura dell’Istituto di Cultura Italiana di Budapest il 2, 3 e 4 settembre 2025. Ho pubblicato anche quelli relativi alla prima serata e alla seconda. Ti consiglio di leggerli prima di questo, così da avere una panoramica più completa. Buona lettura!

Eccoci alla terza e ultima tappa del nostro piccolo viaggio: dopo aver condiviso percorsi, libri e inciampi personali, ci siamo concentrati sul come si scrive di sé. Niente “laboratorio super-creativo in due ore”, ma una cassetta degli attrezzi concreta, più un esercizio semplice e potentissimo che potremo anche rifare a casa. E soprattutto: tante domande da noi che ascoltavamo, che hanno aggiunto spessore e direzione alla serata. Evviva!

Autobiografia o narrativa autobiografica? Due piani diversi

Antonella e Matteo hanno iniziato sciogliendo innanzitutto un equivoco. Quando parliamo di autobiografia in senso stretto pensiamo di solito ai volumi da “scaffale saggistica”: la vita di figure pubbliche (politici, rockstar, attori) raccontata dalla nascita al presente, spesso con l’aiuto di un ghostwriter. Lì il patto con chi legge è informativo: vogliamo sapere “com’è andata davvero”.

Altra cosa è la narrativa autobiografica: io, perfetta sconosciuta, prendo un pezzo della mia esperienza e lo trasformo in romanzo o racconto. Qui non regge il nome in copertina: reggono lo sguardo, il linguaggio, la struttura. E, soprattutto, regge una scelta decisiva: che porzione di vita racconto (un’estate, cinque anni di scuola, un lutto, una nascita) e da quale punto di vista la filtro. È il mio modo di aver vissuto i fatti a governare la narrazione: non “come è andata in assoluto”, ma “come è andata per me”.

Le prime scelte (più sono invisibili, meglio funzionano)

Scrivere di sé è un continuo scegliere. Qualche snodo pratico:

  • Il perimetro del tempo: tutto non ci sta (e non serve). Meglio un segmento nitido che un panorama confuso.
  • I personaggi: nella vita abbiamo avuto attorno decine di figure; in un libro ne bastano poche, giusto quelle necessarie, le altre restano sullo sfondo (com’è accaduto davvero: molti nomi, col tempo, li abbiamo dimenticati).
  • Il fuoco: perché proprio questa storia adesso? Se la giornata di ieri è speciale, lo è in che senso? La risposta orienta tutto: cosa includo, cosa lascio fuori, che ritmo do al tutto.

Già qui si vede che scrivere di sé non è “più facile”. Non stiamo dettando un verbale: stiamo dando forma e senso a ciò che abbiamo vissuto.

Diario o racconto? Cambia il destinatario, cambia tutto

Una nostra domanda dal pubblico: “Se racconto la stessa giornata, cosa cambia tra diario e racconto?”.
Antonella e Matteo ci dicono che:

  • Nel diario il destinatario sono io: non devo spiegarmi chi sia “zia Lucia”, né dov’è “piazza Duomo”.
  • Nel racconto il destinatario è un altro: ogni elemento dev’essere comprensibile e motivato (almeno per indizi progressivi). Posso svelare poco a poco, ma non posso citare “zia Lucia” come se il lettore fosse mia cugina.

Questa semplice differenza (a chi sto parlando?) ci impone già un lavoro di chiarificazione, ritmo e montaggio.

Regola d’oro: fidiamoci di chi legge (e togliamo l’ovvio)

Un vizio comune (specie di chi è agli esordi) è l’ansia di spiegare tutto: “Era Natale, c’erano le luci bianche per strada…”. Se basta dire “Era Natale”, il resto è ridondanza. Fidarsi di chi legge significa lasciare ossigeno: scrittura come sensualità, non come spogliarello integrale. Mostriamo il dettaglio giusto e lasciamo a chi legge il piacere di completare la scena.

Dettaglio e montaggio: i due motori silenziosi

Ed ecco che Antonella e Matteo ci spiegano una distinzione molto utile da tenere a mente:

Dettaglio: non scriviamo “verde come l’erba del prato” (cliché), ma “verde come la giacchetta in poliestere di mio zio”. Un’immagine singolare ancora nella memoria del lettore.

Montaggio: l’ordine in cui disponiamo i pezzi crea senso. A volte funziona aprire nel mezzo (una notizia secca: “Hanno ucciso Piero”), poi tornare indietro; altre volte serve un flashforward che promette e trattiene. Il montaggio è struttura al servizio dell’emozione.

Scrivere è riscrivere (e nessuno ha l’incipit giusto al primo colpo)

Matteo e Antonella ce lo hanno ripetuto più volte: la differenza la fa la riscrittura. C’è chi procede in linea, dalla prima all’ultima pagina (lasciando l’incipit per ultimo, quando personaggi e tono sono maturi). E c’è chi scrive a scene e poi ricuce. Non esiste un metodo giusto in assoluto: esiste il nostro metodo, purché includa tagli, ripassi, versioni. Un consiglio pratico che abbiamo amato: smetti quando avresti ancora voglia di proseguire (il famoso trucco di Hemingway). Il giorno dopo ripartirai con slancio e senza il panico da foglio bianco.

È utile anche dotarsi di uno o due lettori affidabili (non la mamma entusiasta): non per sentirci dire “bello/bruttissimo”, ma per avere riscontri oggettivi (“il finale non si capisce”, “qui il personaggio sparisce”). Se quattro persone faticano tutte sullo stesso punto, quel punto ha di sicuro un problema.

Antonella Lattanzi e Matteo B. Bianchi durante la terza serata

L’esercizio del “Mi ricordo”: memoria in minime unità

Il cuore della serata è stato un esperimento corale ispirato al celebre “Mi ricordo” di Joe Brainard: si scrive una sequenza di frasi brevi, tutte introdotte da “Mi ricordo…”. Ricordi personali, storici, comici, dolorosi; senza ordine cronologico, due-tre righe al massimo per ciascuno. È un formato liberatorio perché:

  • apre cassetti che credevamo sigillati (la memoria lavora mentre scriviamo);
  • alterna pubblico e privato (dalla morte di un leader politico alle ciliegie che fanno venire mal di pancia);
  • fa emergere nuclei narrativi: dietro a molte di quelle brevi bozze c’è già un racconto.

Ne abbiamo letti insieme di teneri, feroci, divertenti, imbarazzati. L’effetto? Un autoritratto di generazione e, allo stesso tempo, una miniera di incipit possibili. Rifarlo a casa, a ondate, è un allenamento semplice e fertile.

Un libro-esempio di struttura: quando parlano gli oggetti

Abbiamo parlato anche del romanzo di Michele Ruol Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, arrivato in cinquina al Premio Strega: la storia dolorosissima di due genitori è raccontata catalogando gli oggetti della loro casa, come in un museo domestico. Cornici, telefoni, fermaporte: ogni voce d’inventario apre una scena, una memoria, un taglio di luce. La struttura dell’inventario non è un vezzo: è il modo per raccontare una tragedia in sottrazione, con commozione ma senza ricatto emotivo (le strutture giuste, ci dicono Antonella e Matteo, proteggono sia chi scrive sia chi legge.)

Domande dal pubblico (e risposte pratiche)

“Dove metto il limite? Ho paura di essere pleonastico o patetico.”
Tre strumenti concreti:

  1. Fai riposare il testo (10 giorni, un mese, due): tornerai lettore di te stesso.
  2. Taglia un terzo delle parole e verifica se il senso regge (spesso migliora).
  3. Prova a entrare nella storia un po’ più tardi e a uscirne un po’ prima: lascia fuori ciò che serve solo a introdurre o spiegare. L’essenziale resta, il resto cade.

“Scrivo solo dal mio punto di vista e mi incastro lì.”
Esercizio: prendi un episodio in cui sei certo di avere ragione e riscrivilo dal punto di vista dell’altra persona (madre, collega, vicino). Per riuscirci devi sospendere le tue giustificazioni e abitare per davvero la testa altrui. È una palestra formidabile per empatia e dialoghi.

“Amo l’umorismo: dove metto le informazioni su luoghi e persone?”
Dove servono alla scena. L’informazione che non produce effetto comico, conflitto o svolta è un cartello stradale messo nel salotto: ingombra.

Leggere per scrivere (senza farsi venire l’orticaria)

“Leggete per piacere, non per senso del dovere”, ci dicono Antonella e Matteo. I classici meritano pazienza, certo, ma non tutto deve piacerci. Un metodo utile:

  1. Prima lettura immersiva (segniamo solo i passaggi che ci folgorano).
  2. Seconda lettura mirata: torniamo su quelle pagine e chiediamoci perché funzionano (scelte di lessico? taglio di scena? montaggio?). È una micro-lezione di scrittura rubata da dentro il testo.

Fidarsi della propria urgenza (anche se è “di nicchia”)

Meglio inseguire quello che ci brucia davvero (anche se sembra minuscolo o poco trendy), che rincorrere il tema del giorno senza aggiungere nulla. I libri nascono dall’urgenza, non dagli hashtag. E un’urgenza autentica trova sempre i suoi lettori.

In chiusura: coraggio, disciplina, respiro

Gli ultimi consigli d’oro da Matteo e Antonella:

  • Coraggio: sedersi a scrivere fa paura (a tutti). Va bene così.
  • Disciplina: scrivere è lavoro quanto ispirazione. Una pagina buona nasce da molte pagine buttate.
  • Respiro: lasciare spazio bianco è un atto di fiducia. Chi legge è più intelligente di quanto pensiamo.

“Se volete ripartire da qualcosa di semplice, ripartite da qui: aprite un documento e scrivete venti “Mi ricordo…”. Non curate l’ordine, curate la verità del dettaglio. Da quella scintilla minuscola nascono storie intere. E quando vi fermate… fermatevi un attimo prima di aver finito: domani saprete già dove rimettere le mani”.

E io dico solo GRAZIE ancora ad Antonella e Matteo, a Sveva Borla e all’Istituto Italiano di Cultura di Budapest per avermi dato questa splendida opportunità!


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