La Vegetariana libro

Recensione La Vegetariana di Han Kang

Questo articolo si basa su una lettura che ho fatto nel 2018, ed è una riflessione che parte da una mia recensione di allora. I ricordi non sono freschissimi, quindi, ma ho voluto riprendere quell’esperienza e ampliarla per offrire una prospettiva attuale.

Con Adelphi, di solito, vado sul sicuro. Dico sempre che potrei prendere un loro libro a caso, senza nemmeno aver mai sentito nominare l’autore o l’autrice, e sarebbe sicuramente una lettura valida. Non mi capita con tante case editrici; anzi, credo che Adelphi sia l’unica che mi fa questo effetto. La Vegetariana, tuttavia, è l’eccezione che conferma la regola.

È sicuramente un libro che ha riscosso un grande successo internazionale (vincitore dell’International Booker Prize 2016 del Nobel per la Letteratura nel 2024), ma che divide chi lo legge. Non è propriamente un libro che “o lo si ama o lo si odia”, ma siamo molto vicini a quella sensazione. Per quanto mi riguarda non è stata una lettura facile: La Vegetariana è un romanzo disturbante, non immediato, pieno di lacune. Per le sensazioni che mi lasciava, mi ha ricordato Doris Lessing con il suo Il quinto figlio. Tutti elementi che l’autrice voleva trasmettere, ma che, combinati insieme, su di me non hanno avuto l’effetto sperato.

Non è il disturbo a spaventarmi – amo autori come Irvine Welsh (Trainspotting, Il Lercio) che si muovono su tematiche difficili. Nemmeno la non immediatezza è un problema: ho amato libri che ho iniziato a capire solo verso l’ultimo capitolo. Ciò che manca, però, deve avere un senso nel contesto narrativo, e qui credo che non accada.

Il bisogno di una cornice culturale

Alcuni commentatori hanno evidenziato come la ricezione del libro sia stata differente tra il pubblico coreano e quello occidentale. Mentre nei Paesi anglofoni e in Europa ci si è soffermati maggiormente sul tema del corpo femminile e dell’alienazione sociale, in Corea il dibattito ha incluso anche una riflessione sulla ribellione della protagonista nei confronti delle aspettative culturali e sociali.

Quello che trovo manchi tantissimo è una prefazione, qualcosa che introduca chi legge nella Corea del Sud contemporanea, che è lo sfondo agli eventi del romanzo. Il contesto culturale è molto lontano da noi, diverso nei rapporti familiari, sociali, e nell’approccio al vegetarianismo. Questa cornice introduttiva, però, non c’è. Non c’è neanche una postfazione a venirci in aiuto. Così il libro inizia e finisce lasciandoci pieni di domande: è normale, in Corea del Sud, che chi decide di seguire una dieta vegetariana subisca le violenze fisiche e psicologiche descritte? Perché i familiari si chiamano tra loro con titoli come “suocero” e “cognata” invece di usare i nomi propri? Trovo che sapere queste cose avrebbe reso la lettura più completa.

La trama: tre voci, un enigma

La storia ruota attorno a Yeong-hye, una donna ordinaria, silenziosa, quasi banale. In seguito a un sogno non meglio specificato, decide di smettere di mangiare carne. Non è chiaro (a differenza del titolo) se sia vegetariana o vegana anche perché, da un certo momento in poi, smette di mangiare del tutto e non solo la carne. Perché? Non si sa, l’unica risposta che ci è concessa in loop è un “Ho fatto un sogno” di bartlebiana memoria. Questo viaggio, che parte come una scelta alimentare estrema, si trasforma poi in una metamorfosi simbolica: Yeong-hye adotta atteggiamenti e posture che la fanno assomigliare a una pianta, quasi fosse un essere vegetale.

Questo elemento di trasformazione ha radici profonde in molte culture, compresa quella coreana, dove la connessione tra l’uomo e la natura è una tematica ricorrente. Parte della critica ha persino visto nella metamorfosi della protagonista un richiamo a figure mitologiche o a concetti buddisti di distacco dal corpo fisico.

Uno stile gelido e inconcludente

Lo stile narrativo di Han Kang è volutamente freddo, gelido, e lascia ampi vuoti che chi legge deve riempire. Come, del resto, la stessa autrice ha dichiarato: “I libri non devono spiegare tutto. Mi piace lasciare uno spazio vuoto all’interno delle mie storie” (vedi intervista di A. Pierantozzi su Rivista Studio). Tuttavia, per quanto mi riguarda, penso che questo approccio sia più adatto a un racconto breve che a un romanzo. I vuoti e i non detti possono arricchire un’opera, ma quando diventano lacune, trovo che rischino di compromettere l’esperienza di lettura.

Un finale aperto

Il finale di La Vegetariana lascia chi legge in sospeso tra due domande fondamentali: è meglio continuare a vivere un’esistenza che non ci appartiene, piegandoci alle imposizioni di una società patriarcale e alienante, oppure è preferibile abbandonare tutto, rompere ogni limite, anche a costo della nostra stessa umanità? L’autrice, con grande maestria, non fornisce risposte, lasciando a noi il compito di decidere.

Una questione di traduzione e riconoscimenti letterari

Un altro elemento che ha alimentato il dibattito su questo libro fin dalla sua uscita è la traduzione. La versione italiana di La Vegetariana, pubblicata da Adelphi, è stata tradotta dall’inglese da Milena Zemira Ciccimarra, anziché direttamente dal coreano. Questa scelta di usare una lingua “ponte”, comune in passato per testi provenienti da lingue lontane, ha suscitato diverse critiche.

Han Kang e la sua traduttrice Deborah Smith

La prima traduzione inglese, realizzata da Deborah Smith, è stata accusata di aver modificato lo stile e il significato originale del testo, rendendolo più assimilabile al pubblico occidentale. Si è parlato di una “occidentalizzazione” dello stile di Han Kang, che avrebbe appianato alcune complessità e sfumature linguistiche tipiche del coreano. Questo ha portato alcuni lettori e critici a chiedersi se il romanzo che leggiamo in traduzione sia davvero fedele all’opera originale. Tutte le traduzioni, però, sono state approvate dalla stessa autrice, che ha quindi difeso il lavoro svolto dalla sua traduttrice.

Nonostante queste critiche il libro, insieme ad altre opere di Han Kang, ha contribuito a consolidare la sua fama internazionale, portandola a vincere il prestigioso Premio Nobel per la Letteratura nel 2024, riconoscimento che ne celebra l’impatto letterario e la profondità delle sue narrazioni.

Un libro che interroga chi legge

Voglio concludere dicendo che, anche se nel 2018 il libro non mi aveva convinta, La Vegetariana è un romanzo che non mi ha lasciato indifferente. Disturbante, ambiguo e, come abbiamo visto, per certi versi incompleto, trovo rappresenti un’opera forse unica nel panorama letterario contemporaneo. Non è una lettura per tutti, ma è sicuramente un libro che stimola riflessioni profonde sulla società, sull’identità, e sui limiti dell’umanità. Se siete alla ricerca di una lettura che vi metta alla prova, questo romanzo potrebbe fare al caso vostro.

Unica frase che ho sottolineato:
(pag. 80)

Quell’inspiegabile serenità lo atterrì: gli fece nascere il sospetto che si trattasse solo di un’impressione, quel che era rimasto in superficie dopo che un’enorme quantità di inenarrabile violenza era stata assimilata, o si era depositata dentro di lei come un sedimento“.


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