Da quando ho raccontato a mio suocero (grande lettore) che ho tante amiche traduttrici, non fa altro che chiedermi: “ma come funziona la traduzione?”. Si è così appassionato all’argomento che adesso, prima di comprare un libro, guarda sempre prima chi l’ha tradotto, fino a comprarli a scatola chiusa, se vede che la traduttrice è una delle mie amiche 😀
Anche per me il mondo della traduzione letteraria è sempre stato un mondo magico. Fin da piccola ho definito chi traduce un “supereroe” e, anche adesso che potrei leggere in altre due lingue diverse dalla mia, preferisco comunque farlo in italiano. Non so davvero come farei senza chi traduce libri.
Quando, quindi, ho saputo da Instagram che Silvia Pareschi sarebbe stata qui a Berlino, ho preso il coraggio a due mani e le ho scritto, chiedendole se fosse possibile incontrarci per una breve intervista. Di Silvia non mi interessava solo il lavoro, ma anche la sua opinione su traduzione e intelligenza artificiale e come i due mondi possano convivere (o non farlo), visto che si era già espressa a riguardo.
Silvia ha risposto con entusiasmo alla mia proposta e ci siamo incontrate qualche giorno fa in una bellissima libreria dell’usato qui a Berlino. Più che un’intervista è stata una splendida chiacchierata di due ore, Silvia è stata molto generosa e ha risposto alle mie mille domande, che emergevano una dopo l’altra a ogni cosa che mi raccontava. È anche stata tanto gentile chiedendomi della mia storia, facendomi lei domande e interessandosi al mio lavoro e alla mia situazione personale. Insomma, oltre che una super professionista ho scoperto in Silvia una gran bella persona!
Di seguito ti faccio un mini resoconto di quanto ci siamo dette. Ho cercato di dare ordine al tutto dividendolo in quattro macroargomenti. Buona lettura!

Che cosa c’è dietro la traduzione
Se ancora non la conoscessi, ti informo che Silvia Pareschi è una delle più importanti traduttrici italiane di letteratura angloamericana. Ha tradotto, tra gli altri, Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith e Shirley Jackson e sta curando per Mondadori le nuove traduzioni delle opere di Ernest Hemingway. È anche autrice di Fra le righe. Il piacere di tradurre, un viaggio nel lavoro, nelle scelte e nei dubbi che si nascondono dietro ogni traduzione letteraria.
A proposito di “magia” della traduzione, Silvia mi racconta di quando parla del suo lavoro nelle scuole o delle presentazioni che fa nelle librerie. Le persone sono curiosissime di sapere cosa si nasconde dietro alla traduzione dei libri e, dopo averla ascoltata, capita spesso che qualcuno le dica: «Mi hai aperto un mondo!».
Non è difficile capire perché. Leggiamo continuamente libri tradotti, ma raramente ci fermiamo a pensare al lavoro che si nasconde tra il testo originale e quello che abbiamo tra le mani. A volte immaginiamo la traduzione come un procedimento quasi meccanico: una parola inglese viene sostituita con la corrispondente parola italiana, poi si passa alla successiva e così via. In realtà ogni pagina richiede interpretazione, ricerca, sensibilità e una lunga serie di decisioni da prendere.
Silvia mi spiega che tradurre significa prima di tutto capire che cosa l’autore voleva dire, ma anche quale effetto intendeva produrre su chi legge. Non sempre, quindi, il termine più preciso o specialistico è anche quello più fedele. Anzi.
Un esempio arriva dalla nuova traduzione di Il vecchio e il mare. Fernanda Pivano aveva reso l’espressione inglese coiled lines con «lenze addugliate»: una formulazione tecnicamente corretta, ma oggi poco immediata per chi non conosce il linguaggio marinaresco. Dopo essersi documentata sul lessico della pesca, Silvia ha scelto invece «matasse di lenze». Nell’originale, infatti, Hemingway non stava usando un termine destinato a risultare oscuro o tecnico: la soluzione più semplice le ha permesso quindi di recuperare non soltanto il significato, ma anche l’accessibilità della sua scrittura. Di restare fedele all’intenzione dell’autore.
È in esempi come questo che si comprende quanto la traduzione letteraria sia lontana dalla semplice sostituzione di parole. Chi traduce deve entrare nel testo, riconoscerne il ritmo, il registro, le ambiguità e tutto ciò che rimane implicito. Ho letto articoli in cui Silvia si è definita una «ventriloqua» dell’autore e ha paragonato il proprio lavoro al metodo Stanislavskij: occorre immedesimarsi nella voce che emerge dal libro, cercando di ricrearla in un’altra lingua senza sovrapporle la propria.
Quella di chi traduce è però una presenza che non può scomparire del tutto, mi dice Silvia. Ogni scelta passa inevitabilmente attraverso la sua esperienza, il suo orecchio e il suo modo di usare la lingua. Per questo non esiste un’unica traduzione possibile, ma interpretazioni diverse dello stesso testo.
La traduzione letteraria nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Se tradurre richiede un lavoro tanto complesso, che cosa succede quando entra in gioco l’intelligenza artificiale? L’opinione di Silvia su questo argomento mi interessava davvero moltissimo.
Secondo lei l’AI sta già sottraendo spazio soprattutto a chi si occupa di traduzioni tecniche o di lavori meno specializzati. La situazione cambia, però, quando si parla di traduzioni letterarie, perché in quel caso non basta produrre frasi grammaticalmente corrette: bisogna interpretare, come abbiamo visto.
Una macchina può riconoscere schemi, accostare parole e generare un testo plausibile, ma non pensa a ciò che sta leggendo. Non entra nella mente di chi ha scritto, non ricostruisce davvero il contesto e non possiede quell’insieme di memoria, esperienza, intuito ed emozioni da cui nasce la creatività umana. Nella traduzione letteraria, invece, occorre chiedersi continuamente perché sia stata scelta proprio quella parola, che cosa si nasconda dietro una frase e quale reazione debba suscitare in chi legge.
Nel 2023 Silvia ha partecipato al convegno che si è tenuto in Senato L’intelligenza artificiale e il futuro della diversità culturale, intervenendo nella sezione dedicata all’impatto dell’AI sui lavori creativi. In quell’occasione ha richiamato l’attenzione sul rischio della cosiddetta good enough quality, la «qualità accettabile»: tradurre un libro con l’intelligenza artificiale costa meno e richiede meno tempo, sì, ma questo potrebbe portare editori e lettori ad abituarsi progressivamente a risultati peggiori.
Si potrebbe così venire a creare un mercato diviso in fasce: libri tradotti interamente dalle macchine, libri tradotti dall’AI e poi corretti da una persona e, infine, una categoria più prestigiosa affidata ancora a traduttori professionisti. Silvia ne ha parlato anche in una conversazione pubblicata dal Tascabile, sottolineando la componente creativa e interpretativa che distingue la traduzione letteraria da quella puramente tecnica.
Ma è giusto che una traduzione umana e curata diventi un privilegio riservato soltanto ai libri considerati importanti? Per Silvia la risposta è no. Anche chi sceglie un romanzo di genere, un bestseller o un’opera giudicata di minore valore letterario ha diritto a leggere una buona traduzione. La qualità non dovrebbe dipendere dal prestigio attribuito al libro né dalla disponibilità economica del suo pubblico.
Il rischio dell’intelligenza artificiale, quindi, non è soltanto che sostituisca alcune persone nel loro lavoro, è anche che ci abitui a pretendere meno dai testi che leggiamo.
Perché ritradurre i classici
Una delle domande che Silvia riceve più spesso durante gli incontri dedicati a Hemingway è: perché tradurre di nuovo un libro che possiede già una versione italiana?
La sua prima risposta riguarda la lingua. L’originale rimane sempre uguale, mentre la lingua della traduzione cambia, invecchia e acquista nuove sfumature. Alcune parole smettono di essere usate, altre assumono un significato differente e certe costruzioni, un tempo naturali, possono finire per creare una distanza che nel testo di partenza non esisteva.
Ma non è soltanto l’italiano a essere cambiato, è cambiato anche il modo di concepire la traduzione.
Silvia mi spiega che in passato, infatti, si tendeva più spesso a portare un’opera verso il lettore italiano, riscrivendola in una lingua elegante e scorrevole e concedendo a chi traduceva una maggiore libertà d’intervento. Oggi si cerca invece di accompagnare chi legge verso l’opera, conservandone per quanto possibile il ritmo, le ripetizioni, le irregolarità e perfino le asperità. Il testo non deve essere per forza addomesticato o trasformato in un bell’italiano se l’autore non aveva scelto di scrivere in quel modo.
Questo non significa che le vecchie traduzioni siano sbagliate o che debbano essere cancellate. Sono nate in un’altra epoca, seguendo una diversa sensibilità linguistica e culturale. Una nuova traduzione non spodesta mai quella precedente: le si affianca e ci offre un’altra possibilità di leggere e comprendere la stessa opera.
Nel caso di Hemingway, ad esempio, ritradurre significa provare a recuperare la semplicità solo apparente della sua prosa, il ritmo e tutto ciò che rimane sommerso sotto la superficie. Una parola può sembrare più precisa, ma risultare troppo ricercata, una frase può essere più elegante, ma allontanarsi dall’essenzialità dell’originale. Il compito di chi traduce non consiste nel migliorare lo scrittore, ma nel cercare di ascoltarlo.
Il rapporto tra chi scrive e chi traduce
La traduzione viene spesso immaginata come un lavoro solitario. E in parte lo è: per molte ore chi traduce rimane solo davanti al testo, cercando risposte a problemi che chi legge probabilmente non noterà mai. Quando è possibile dialogare con l’autore, però, tra le due persone può nascere un rapporto che continua libro dopo libro.
È quello che è accaduto tra Silvia e Jonathan Franzen, che desidera sia lei a tradurre le sue opere. La continuità è utile alla casa editrice, perché permette di affidare i nuovi libri a una persona che conosce già profondamente quella scrittura, ma è soprattutto importante per l’autore, che può confrontarsi sempre con la stessa interlocutrice e sapere che la propria voce verrà accolta da qualcuno che ne riconosce il ritmo, le ricorrenze e le particolarità.
Il loro dialogo è cominciato con Le correzioni, la prima traduzione pubblicata da Silvia. Il libro fu il risultato di un vero lavoro di squadra con l’editor Marisa Caramella e con lo stesso Franzen. Silvia e Marisa Caramella iniziarono a inviargli alcune domande; scoprirono presto che lui amava riceverle e che, anziché limitarsi a brevi chiarimenti, rispondeva con spiegazioni molto approfondite.
Silvia mi dice che il confronto con chi ha scritto il libro non serve soltanto a sciogliere un dubbio: a volte una domanda della traduttrice permette allo stesso autore di osservare da una prospettiva nuova la propria scrittura, perché il passaggio da una lingua all’altra porta alla luce significati, ambiguità e meccanismi che nell’originale potevano restare impliciti.
Con il tempo si crea così un rapporto di fiducia. L’autore affida la propria voce a una persona che dovrà farla vivere in una lingua diversa; la traduttrice, da parte sua, impara a conoscere non soltanto i suoi libri, ma anche il suo modo di pensare.

Il tempo dei saluti
Due ore sono volate, i nostri tè sono finiti e, anche se vorrei trattenere Silvia e farle altre millemila domande, devo lasciarla andare. La sua disponibilità mi ha davvero resa felice, non è sempre così scontato che una persona che ammiriamo da lontano si riveli poi all’altezza di come ce l’eravamo immaginata.
Spero che questo breve articolo ti abbia invogliato a guardare con più curiosità chi c’è dietro alla traduzione del libro che stai leggendo: senza arrivare a fare come mio suocero :D, spero che anche tu possa trovare un tuo traduttore o traduttrice preferita e seguirne il lavoro attraverso i libri a cui ha dato una nuova voce nella nostra lingua.
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