Questa settimana il mondo editoriale italiano è stato attraversato da un caso che ha fatto discutere lettori, professionisti e addetti ai lavori: un libro uscito da pochissimo è finito al centro di pesanti accuse di plagio sollevate da Selvaggia Lucarelli nella sua newsletter Vale Tutto.
Riassumendo molto la questione è questa: secondo la ricostruzione di Lucarelli, porzioni significative del volume ricalcherebbero quasi parola per parola un’inchiesta del 2017 di un giornalista americano. Stessi virgolettati, stesse testimonianze, stessa bibliografia, stesse tesi, con nomi cambiati e città spostate dagli Stati Uniti all’Italia. Il tutto, a quanto risulta, senza citare il giornalista americano come fonte. A rendere il quadro ancora più complicato c’è anche la copertina, praticamente identica a quella di un libro italiano uscito nel 2021.
Al di là del caso specifico, che non sta a me giudicare, questa vicenda rimette al centro una domanda che riguarda chiunque lavori con i testi: che cos’è davvero il plagio editoriale? Dove finisce l’ispirazione e dove comincia la copia? E quando un libro plagiato arriva in libreria, la responsabilità è solo dell’autore o c’entra anche la casa editrice?

Prima di tutto: che cos’è il plagio editoriale
La parola “plagio” viene dal latino plagium, che rimanda all’idea del furto, dell’appropriazione indebita. In ambito letterario il primo a usarla in questo senso fu Marziale, che accusava un rivale di leggere in pubblico i suoi versi facendoli passare per propri. Sono passati secoli, ma il punto è ancora quello.
In termini ancora più semplici, il plagio è l’appropriazione totale o parziale di un’opera altrui presentandola come propria. E no, non basta cambiare qualche parola qua e là per mettersi al riparo. Se l’idea portante, la struttura, l’andamento del testo o la sua forma espressiva derivano in modo evidente da una fonte non riconosciuta, il problema resta.
La chiave, quasi sempre, è lì: l’attribuzione. O meglio, la sua assenza.
Cosa non è plagio editoriale
Vale però la pena dirlo con chiarezza, perché su questo tema si fa spesso confusione: non tutto ciò che si somiglia è plagio.
Il diritto d’autore tutela la forma espressiva di un’opera, non la semplice idea. Questo significa, per esempio, che scrivere un saggio su uno stesso argomento partendo da presupposti simili a quelli di un articolo americano non è automaticamente plagio. Riprendere però gli stessi virgolettati, le stesse storie, la stessa struttura narrativa senza citare la fonte, sì, comincia a sembrarlo parecchio.
Allo stesso modo, usare un articolo come fonte non è un problema. Anzi: in saggistica è la normalità. Il problema nasce quando una fonte viene usata senza essere riconosciuta, o quando la rielaborazione è così vicina all’originale da sembrare poco più di una riscrittura.
Ci sono forme di plagio molto diverse tra loro. C’è il copia-incolla diretto, che è il caso più facile da individuare. C’è la parafrasi non attribuita, cioè riscrivere il testo altrui con parole un po’ diverse senza citare da dove arriva. C’è il plagio per traduzione, che consiste nel tradurre un testo straniero facendolo passare per proprio. E c’è anche l’autoplagio (ebbene sì): riutilizzare propri testi già pubblicati altrove presentandoli come nuovi, senza dirlo.
Insomma: il plagio non è solo la copia sfacciata. A volte è più subdolo, e proprio per questo più facile da minimizzare (e mimetizzare).
Il punto non è solo assomigliare, è quanto e come
Secondo me è qui che il discorso si fa interessante.
Nel lavoro editoriale esistono inevitabilmente somiglianze, influenze, temi che ritornano, formule che si assestano. Nessuno inventa tutto da zero ogni volta, ma una cosa è muoversi dentro una conversazione comune, un’altra è poggiare il proprio testo sul lavoro di qualcun altro senza dichiararlo.
Quando restano uguali non solo il tema, ma anche l’ossatura del testo, i passaggi, gli esempi, i materiali, la progressione del ragionamento, allora non siamo più nel territorio tranquillo dell’ispirazione, siamo in una zona molto più delicata.
Ed è anche la zona in cui la scusa “ma non è identico!” comincia a reggere poco. Pochissimo.
Le responsabilità: non è solo colpa di chi scrive
Quando emerge un caso di plagio, la reazione immediata è quasi sempre questa: dare tutta la colpa a chi ha firmato il libro. Ed è una reazione comprensibile, perché l’autore resta il primo responsabile di quello che consegna.
Se firmi un testo, devi sapere da dove vengono i tuoi materiali. Devi sapere che cosa è tuo e che cosa no. Devi sapere quando stai usando una fonte, quando la stai citando correttamente e quando invece stai oltrepassando una linea. Anche per questo esistono le bibliografie a fine libro.
Su questo, per me, non ci sono grandi margini di ambiguità.
Però fermarsi qui è una semplificazione troppo comoda. Perché un libro non arriva in libreria da solo. Passa da una filiera fatta di letture, editing, revisione, progettazione, impaginazione, promozione. E dentro questa filiera la casa editrice non è un soggetto neutro (anche se, nei contratti fatti firmare agli autori, spesso ci sono clausole che sollevano la casa editrice).
Che responsabilità ha la casa editrice
Una casa editrice non può controllare ogni singola riga come farebbe un perito, certo. Ma non può nemmeno limitarsi a dire: “Non potevamo saperlo”.
Pubblicare un libro comporta una responsabilità editoriale precisa. Significa leggere con attenzione. Significa avere editor in grado di riconoscere quando qualcosa suona troppo familiare. Significa fare verifiche, soprattutto quando si ha tra le mani un testo che si appoggia molto a fonti giornalistiche, inchieste, saggi già esistenti. E sì, significa anche porsi il problema della copertina, del titolo, del posizionamento complessivo del libro.
Questo non vuol dire che l’editore sia automaticamente responsabile sul piano legale nello stesso modo dell’autore, ma significa che esiste anche una responsabilità editoriale, professionale e reputazionale che non si può ignorare.
Se un libro plagiato arriva in libreria, non si può far finta che il problema riguardi solo chi l’ha scritto. Riguarda anche chi lo ha letto, approvato, confezionato e pubblicato.

E la copertina?
Questo caso ha riportato alla ribalta anche un aspetto che spesso viene trattato come secondario, ma secondario non è: la questione delle copertine.
Sì, anche una copertina è una creazione. E sì, anche lì esiste un problema di originalità, di riconoscibilità, di eventuale appropriazione. A differenza del testo, qui il terreno è un po’ diverso, perché l’analisi è più visiva e meno lineare, ma il punto resta: una copertina non è un dettaglio, è parte del progetto editoriale.
Se una copertina richiama in modo troppo evidente quella di un altro libro, soprattutto recente e nella stessa fascia di mercato, il problema non è solo estetico: è un problema di attenzione, di cultura visiva, di responsabilità professionale.
E qui, se possibile, il coinvolgimento della casa editrice è ancora più diretto. Perché la copertina non nasce da sola: viene commissionata, approvata, discussa, scelta, anche quando è presa da un catalogo di stock.
Quello che questo caso ci ricorda, se lavoriamo con i testi
Per chi lavora ogni giorno con le parole, questo non è solo un caso editoriale da osservare a distanza, ma anche un promemoria per il nostro lavoro.
Non dimentichiamo che: le fonti vanno citate. Sempre. Anche quando pensiamo di aver rielaborato abbastanza. Anche quando la fonte è in un’altra lingua. Anche quando ci sembra di averle usate solo come spunto.
Importante: ispirarsi non significa appropriarsi. Possiamo studiare un testo, analizzarlo, farci influenzare. È inevitabile. Ma se la nostra struttura, i nostri esempi e perfino il nostro modo di argomentare somigliano troppo a quelli di qualcun altro, il problema esiste.
Poi: come editor, bisogna fare domande. Se un testo cambia registro all’improvviso, se contiene passaggi troppo compatti, troppo lisci, troppo “già scritti”, chiedere all’autore da dove arrivano certi materiali non è sfiducia, è lavoro fatto bene. Anche, e soprattutto, quando si citano interviste fatte.
Ultimo ma non ultimo: la rete non dimentica. Oggi i confronti si fanno in poco tempo. E una volta che il dubbio viene sollevato, recuperare credibilità è difficilissimo, per tutti.
Una riflessione finale
Non so come andrà a finire questo recentissimo caso, ma una cosa si può dire senza grandi esitazioni: chi lavora nell’editoria e nella comunicazione non può permettersi di trattare l’integrità intellettuale come un dettaglio.
Non è un orpello morale, è la base del nostro mestiere.
Che tu scriva per un blog, per un cliente, per una newsletter, per una rivista o per una casa editrice, il rispetto del lavoro altrui è anche un modo per far rispettare il tuo. E forse è proprio questo il punto che vale la pena tenere a mente: l’originalità assoluta non esiste, ma l’onestà intellettuale sì. E alla lunga è quella che fa davvero la differenza.
Fammi sapere cosa ne pensi di questo articolo. Scrivimi qui nei commenti o sui social, dove mi trovi sempre come @peekabook2011
p.s. ti va di leggermi anche nella tua casella di posta? Iscriviti alla mia newsletter, e arriverò anche nella tua mail! 💌😃

