Eccoci arrivati al resoconto della seconda serata del laboratorio di lettura che si è tenuto presso il gruppo di lettura dell’Istituto di Cultura Italiana di Budapest. Se hai perso la prima puntata recuperala e poi torna qui, così potrai goderti meglio il racconto 🙂

Seconda serata del ciclo con Antonella Lattanzi e Matteo B. Bianchi.
Dopo Fenoglio ci siamo spostati su Pier Vittorio Tondelli, un autore che ha raccontato i giovani quando nessuno lo faceva. Con Camere Separate ci ha lasciato un libro sul lutto e sulla solitudine che continua a parlarci ancora oggi, quando il romanzo torna in auge con l’annunciata trasposizione cinematografica di Luca Guadagnino e con le nuove traduzioni (in ungherese uscirà per la prima volta, insieme ad Altri Libertini).

Perché Tondelli, perché Camere Separate
In Italia Tondelli è stato una figura spartiacque: giovane, e capace di parlare davvero ai giovani. Negli anni in cui i coetanei “ufficiali” (Tabucchi, Del Giudice e altri) non mettevano al centro la loro generazione, Tondelli lo faceva senza paura, con quattro libri diversissimi tra loro: Altri libertini (una raccolta di racconti che fotografa la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80), Pao Pao (il suo anno di militare: PAO sta per Picchetto Armato Ordinario), Rimini (corale, “americano”, con la riviera descritta come fosse una Las Vegas italiana), e infine Camere separate (1989), un romanzo intimo e dolente sulla perdita, la solitudine, l’amore che non può farsi vita quotidiana. Due anni dopo, nel 1991, Tondelli muore: è tra le prime figure pubbliche italiane stroncate dall’AIDS. Da allora attorno a lui nasce un culto autentico: fioriscono libri, iniziative, pellegrinaggi affettuosi al cimitero. Raro per uno scrittore: più da rockstar che da uomo di lettere.
Accanto ai romanzi Tondelli cambia il nostro ecosistema editoriale curando per Transeuropa Edizioni tre antologie Under 25: non solo un modo per fotografare “di cosa parlano i ragazzi”, ma una porta spalancata su nuove voci (da Silvia Ballestra a Giuseppe Culicchia, Andrea Canobbio e altri).
La lingua che scardina: l’esordio di Altri Libertini e lo scandalo
Tondelli fa irrompere in letteratura il parlato, il gergo, la musica. L’incipit di Altri libertini (che Antonella ci ha letto) è un flusso quasi senza virgole: neon lividi, polvere rossiccia della stazione, il freddo che incolla ai tavoli del “posto ristoro”. Il ritmo è da discorso diretto libero che travolge. Quando esce, il libro viene censurato e ritirato: bestemmie, droga, prostituzione, sessualità trattate senza eufemismi. Poi torna in libreria, e niente è più come prima.
In Tondelli c’è anche tanta musica: In Italia, a quei tempi, citare canzoni pop era volgare. Tondelli lo fa comunque, e in Rimini chiude addirittura il libro con una tracklist. Porta su pagina il battito della notte: non solo come citazione, ma come metrica interna alle frasi.
Camere separate: amare “insieme, ma da soli”
Camere separate racconta la storia d’amore tra Leo e Thomas. Anni intensi, città diverse (Milano, Monaco…), e una teoria sentimentale che dà il titolo al libro: stare in coppia, ma con “camere” proprie, metaforiche e concrete. Una scelta che per Leo preserva desiderio e autonomia, ma che impone a Thomas un modello di relazione difficile da abitare. Proprio lui, a un certo punto, ha anche una ragazza: «Resterai l’unico uomo che amo, ma ho bisogno di una vita di coppia». Modernissimo, contraddittorio, umano.
Chi di noi ha letto il libro dice di aver faticato a empatizzare con Leo: l’ha percepito cerebrale, giudicante, perfino egoista, ed è una resistenza comprensibile. Camere separate chiede a chi lo legge di abitare la contraddizione: il dolore per la perdita di Thomas (che muore, senza che il testo lo dichiari mai esplicitamente, con tutti i segni dell’AIDS), e insieme l’idea di un amore che non vuole, o non sa, diventare convivenza. Leo si interroga sulla lingua del lutto: all’epoca non esisteva nemmeno la parola giusta («vedovo») per un uomo gay; non c’era linguaggio per dire cosa si fosse, né diritti per dirlo. Accanto al lutto il romanzo mette quindi in scena anche la solitudine sociale.
Fin dall’incipit (Leo che si specchia nel finestrino dell’aereo, e guarda il proprio volto nella solitudine dell’aria) si capisce che il libro è come se riflettesse su sé stesso. La voce è la stessa di Altri libertini, ma come ripulita dal tempo e dalla malattia: meno travolgente, più scarnificata, coerente con l’urgenza di Leo di tenersi a distanza da sé.

Una scena da cinema: il concerto, il volo, il primo bacio
Matteo ci legge una pagina splendida di Camere Separate. Leo, a un concerto, vede Thomas su una balconata. Prova a raggiungerlo col gesto folle e ingenuo di una torre umana improvvisata; la luce stroboscopica taglia la sala, la folla ondeggia, I Feel Love spinge. Thomas scavalca, resta sospeso: mani dall’alto e dal basso se lo contendono come un trofeo, poi si getta e viene portato da una selva di braccia. Nel fumo colorato del finale, il primo bacio. Una coreografia perfetta (quasi cinematografica) incastonata in un romanzo quasi sempre dolente: un picco di vita pura dentro il lutto.
Poco dopo Matteo legge un’altra pagina opposta per tono: Leo rivede Thomas in ospedale. Deperito le gambe sottili, gli zigomi scavati, la voce quasi spenta. Sono righe semplici, mai compiaciute, che proprio nella semplicità trovano una potenza straziante.
“È un libro sull’amore, non sull’amore omosessuale”
All’epoca Camere Separate divise la critica tra entusiasmi e stroncature. A Tondelli dava fastidio la gabbia tematica in cui volevano rinchiuderlo: «Ho scritto un libro sull’amore», diceva, il che oggi suona vero e contraddittorio allo stesso tempo. Il romanzo si interroga molto anche sulla condizione gay di quegli anni (assenza di linguaggio, di riconoscimento, di diritti). Ma il nucleo, quello sì, è universale: come si ama e come si sopravvive a ciò che si ama.
C’è poi un altro filo: Camere separate è profondamente autobiografico. Prima del romanzo Tondelli pubblica un racconto, Pier a gennaio, di cui Camere Separate è una sorta di sviluppo e rielaborazione. Nel romanzo Pier diventa Leo, la terza persona crea un diaframma. Eppure, a un certo punto, Tondelli svela sé stesso con candore quasi elencativo: “perfino le cose che possiedo arrivano dalla scrittura” (tazze, divano, traduzioni, recensioni…), e cita Under 25 e Rockstar. Distanza e confessione, insieme.
La pagina finale che annuncia la propria morte
Matteo legge l’ultima pagina di Camere Separate. In terza persona Tondelli si proietta nel futuro: fra ore o anni, una fitta diversa al petto, i corridoi d’ospedale, la coscienza che non c’è più niente da fare, e gli occhi di Thomas come ultimo pensiero. È una profezia di sé. Il libro esce nell’89, Tondelli muore nel ’91. È rarissimo che uno scrittore (già consapevole) metta su pagina in modo così candido l’annuncio della propria fine. Forse la terza persona è l’unico modo, per lui, di poterlo sostenere.
Prima o terza persona? Distanze, rischi, verità
Ecco che la discussione si allarga: come si racconta il proprio vissuto? La terza persona può raffreddare e rendere più oggettivo lo sguardo; la prima può avvicinare e creare una fiducia immediata con chi legge, ma rischia l’autoreferenzialità o il vittimismo. Non esiste una regola: dipende dalla temperatura emotiva della storia. A volte, dice Antonella, la terza persona serve a non “cadere dentro” il dolore; altre volte, secondo Matteo, solo la prima persona può garantire quella sincerità che chiede di essere creduta.
Entrano in scena gli esempi: Emmanuel Carrère (L’avversario), capace di misurare distanza e coinvolgimento ma, anche, ipercentrato su di sé, con il rischio di sovrapporre l’io alla materia. Si cita La scuola cattolica (Edoardo Albinati): monumentale, potente ma, secondo qualcuno, inutilmente lungo. Il punto non è condannare, ma comprendere il rischio e scegliere ogni volta la forma che serve alla storia.
Matteo ci propone un esercizio: raccontare in prima persona un episodio emotivamente impegnativo, poi riscriverlo in terza. Noteremo che, quasi sempre, la terza persona si allarga, descrive di più, si fa meno “io” e più personaggio. Non è meglio o peggio, è un’altra ottica.

Scrivere per sé o per gli altri: la catarsi di chi legge
Qui i due autori entrano in campo con le loro esperienze. Matteo B. Bianchi, con La vita di chi resta, racconta il suicidio del compagno (e il trauma di essere stato lui a trovare il corpo). Per vent’anni non ha scritto una riga su quanto accaduto: quando l’ha fatto non cercava catarsi personale (quella era arrivata altrove, nel vivere), ma una parola pubblica per un tabù gigantesco: il suicidio. In Italia se ne parla pochissimo: si parla della vittima (quando lo si fa), quasi mai di chi resta.
Il libro (contro ogni pronostico di Matteo e della casa editrice) è un successo: entra in classifica, viene tradotto in mezzo mondo, accompagnato dall’audiolibro letto da Lino Guanciale (Matteo non se l’è sentita di leggersi da solo: «Scriverlo sì, ma leggerlo ad alta voce no»).
Antonella Lattanzi, con Cose che non si raccontano, mette su pagina l’aborto e il corpo (con tutta la violenza che il corpo femminile subisce anche nei percorsi sanitari). Non una scrittura terapeutica (quella serve a chi scrive per sé, non per pubblicare), ma una scrittura responsabile: “non si deve più tacere”. E prima ancora, con Devozione, ha raccontato l’eroina quando tutti pensavano fosse solo un brutto ricordo degli anni ’80: non per inseguire un trend, ma per restituire realtà a ciò che la città e le persone fingevano di non vedere più.
La distinzione cruciale la riassume Matteo: la catarsi che conta è quella di chi legge. Un libro riesce quando dà parole condivisibili a chi non le aveva. E non basta l’urgenza autobiografica: «Negli incontri con scuole di scrittura ho visto moltissimi progetti basati sul sé, ma pochissimi con un’idea vera.». Non serve l’eccezionale: serve il punto di vista.
Semplice non vuol dire facile
Una lettrice racconta la reazione di un’amica (che aveva vissuto un’esperienza molto simile a quella di Antonella Lattanzi) a Cose che non si raccontano: «Mi è piaciuto, ma è semplice. Avrei potuto scriverlo anch’io.» È il paradosso dei libri riusciti: arrivano limpidi, sembrano semplici perché ci riconosciamo. Ma quella limpidezza è lavoro, misura, scelta di parole e di struttura. La semplicità è un effetto, non un punto di partenza. Se l’amica lo avesse scritto, non sarebbe stato così: mancherebbe quella incastonatura che regge l’emozione senza fronzoli. Mancherebbe lo stile perfetto di Antonella.
Autobiografia e la tentazione dell’attualità
Durante l’incontro affrontiamo anche i limiti dell’autobiografia: il rischio di scrivere “perché è contemporaneo”, inseguendo temi più che storie. Di solito funziona poco, si vede quando un libro nasce a tavolino. Vale per tutto: per i vampiri post-Twilight, per l’ondata di romanzi hot dopo il successo di Cinquanta sfumature di grigio, per i romanzi “da pandemia”.
Matteo ci dà un consiglio: tanti esordienti scrivono libri sui femminicidi, ma la storia è sempre la stessa, vista dalla parte della donna. Cosa differenzia la storia di quel libro dalle notizie che sentiamo al telegiornale? Niente. Allora ecco il consiglio: la storia merita di essere raccontata, certo, ma proviamo a farlo da un altro punto di vista. Quello di un’altra persona, magari di un bambino che vive in quella casa. Ora non è più una storia di cronaca, ma un romanzo.
Domande, risposte, zone grigie
Arriva una domanda dalla sala: scrivere ha esorcizzato? Matteo risponde che per lui no: la catarsi era avvenuta prima. La parte difficile è stata portare il libro in giro, esporsi nelle presentazioni, rispondere alle persone. Antonella dice che scrivere il proprio libro le ha fatto capire una cosa che aveva dentro: la dolorosa volontà di non dimenticare (“È qualcosa che ti fa male, ma che vuoi portare sempre con te”). Spesso la chiarificazione arriva da fuori.
Un altro consiglio d’oro da Matteo e Antonella: non tutto ciò che accade è storia. La vita è caotica, la scrittura ordina e sceglie. Il coraggio non è dire “è successo a me”, ma trovare la forma che consenta agli altri di entrarci.
Chiusura: esercizi di domani (e un invito a provarci)
La serata finisce con un invito pratico: domani giocheremo con la prima e la terza persona, senza ansie da prestazione, per capire quanto cambia una stessa scena spostando il fuoco. Nessuno è obbligato a partecipare: si viene per provare, insieme. Perché, come insegna Tondelli, la letteratura è una stanza che può essere separata, ma la costruiscono in due: chi scrive e chi legge. E quando funziona, ci fa attraversare un concerto affollato fino al primo bacio, o una camera d’ospedale fino all’ultima parola. Senza lasciarci soli.
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