Qualche settimana fa, qui a Berlino, c’è stato il Festival della Filosofia e potevo io, da studentessa di Filosofia non partecipare? 😃
Gli eventi erano tantissimi, ma la scelta non è stata così ardua: quando ho visto che ci sarebbe stato Bernhard Schlink ho deciso subito che sarei andata a sentire lui.
Bernhard Schlink è l’autore (tra le altre cose) di A voce alta – The Reader, ripubblicato da poco da Neri Pozza con il titolo Il lettore, un libro incredibile, da cui hanno tratto un film altrettanto bello con Kate Winslet.
Il tema dell’incontro era una domanda apparentemente semplice: esiste la giustizia? Schlink ha parlato con la calma di chi pesa le parole: legge e giustizia non coincidono sempre, la memoria non garantisce la verità, eppure continuiamo a cercarla.
Ho trovato le sue parole molto vicine a quelle nelle pagine del suo libro: colpa, responsabilità, il limite di ciò che possiamo capire degli altri e di noi stessi.
L’incontro mi è piaciuto perché non c’è stata nessuna promessa salvifica, ma solo la serietà dell’interrogare e del porsi domande spesso più grandi di noi.
L’incontro mi ha lasciato con l’impressione che “giustizia” sia meno una destinazione e più una pratica: un lavoro quotidiano di attenzione, verso i fatti e verso le persone.

Trovare qualcosa “ingiusto” non basta: come si passa dall’emozione al giudizio
Tutti diciamo di avere un senso della giustizia, ma Schlink ci invita a separare il sentimento dalla valutazione. Definire “ingiusto” qualcosa non lo rende automaticamente materia di legge. La filosofia offre teorie tra loro spesso incompatibili, mentre il diritto deve garantire certezza, prevedibilità e praticabilità (anche a costo della prescrizione).
La via di mezzo proposta da Schlink è un metodo: chiarire il caso (chi è coinvolto, quali interessi), scegliere criteri pubblicamente difendibili e accettare che la decisione giusta sia spesso il risultato di un lavoro paziente più che di una formula salvifica. La giustizia, insomma, non coincide con l’indignazione: nasce, invece, quando l’indignazione viene messa alla prova delle ragioni.
Diritto e giustizia non coincidono: il banco di prova della surrogazione
Si fa cenno all’ipotetico caso di una coppia svizzera che ricorre alla surrogazione negli USA e torna a casa con un bambino. La legge svizzera definisce madre chi partorisce: la registrazione della madre genetica (colei che ha fornito l’ovulo) non è ammessa.
Qui emergono due piani.
Il primo è giuridico: il diritto non segue solo la giustizia, tutela anche sicurezza e ordine (da qui il “no” preventivo per “rischio di abuso”). Il secondo è sostantivo: i rischi non si eliminano con divieti assoluti, si governano con regole (come avviene nella donazione di organi). E, una volta che il bambino esiste, l’istanza di giustizia si sposta sull’interesse del minore e sulla responsabilità degli adulti.
Schlink nota anche un retaggio culturale (l’idea che la procreazione sia “nelle mani di Dio”) poco compatibile con la capacità contemporanea di intervenire sulla natura. Conclusione: diritto e giustizia si correggono a vicenda; quando divergono, serve ridefinire le regole per minimizzare gli abusi e tutelare i più esposti.
“A ciascuno il suo”: uguaglianza come presunzione, differenze come onere di prova
La formula classica del “a ciascuno il suo” per Schlink significa: trattiamo tutti allo stesso modo, finché non emergono buone ragioni per differenziare. Che cos’è una “buona ragione”? Non un gusto di maggioranza né un pregiudizio elegante, ma un motivo che regge al controllo della conoscenza (la migliore disponibile) e dell’esperienza. È così che sono cadute vecchie giustificazioni, come le teorie razziali e la versione ingenua del trickle-down (aiutare chi sta in alto perché i benefici “sgocciolino” verso il basso).
Partire dall’uguaglianza non ignora la pluralità reale (origini, opportunità, vulnerabilità, meriti), ma chiede di motivare pubblicamente ogni scarto: bisogni, riparazione di svantaggi storici, utilità sociale, capacità, ecc. L’ordine logico si rovescia: non “perché uguali?”, ma: “perché diversi?”.
Il lavoro della giustizia: differenziare, giustificare, ricomporre (senza miti totalizzanti)
Le società creano categorie (cittadini/non cittadini; residenti UE/extra UE; rifugiati; migranti economici; profughi di guerra…). Ogni categoria introduce trattamenti diversi: accesso a diritti, doveri, servizi. Per Schlink, la giustizia è un processo ricorsivo in tre mosse: differenziare (riconoscere che i casi non sono identici), giustificare (fornire ragioni solide per quella differenza) e ricomporre (stabilire, dentro la categoria, una nuova zona di uguaglianza).
È un’arte di confine che richiede procedure trasparenti: chi ascoltiamo, quanto pesa la loro voce (dai residenti coinvolti ai portatori d’interesse più ampi), quale spazio di veto o di semplice argomentazione. Qui si capisce perché Schlink diffidi dei “monismi morali”: nessuna teoria, da sola, esaurisce la complessità dei casi.
Oltre i principi unici: il flauto di Sen come palestra di pluralismo
Il dilemma del flauto (proprietà, talento, bisogno) mostra che liberalismo, utilitarismo e comunitarismo possono portare a risposte incompatibili e, al tempo stesso, ragionevoli. La proposta di Schlink non è scegliere una bandiera, ma costruire soluzioni composte (uso a tempi, compensi, accessi condivisi) che riconoscano una quota di ragione a ciascun principio. Questo riduce l’ingiustizia residua e sposta la giustizia dal terreno della proclamazione a quello della composizione.

Procedure eque, ultima ratio e dilemmi senza “giusto”
Quando non sappiamo che cosa sia giusto nel merito, può bastare un procedimento giusto (accettabile per le parti). Se neppure questo è possibile, resta il sorteggio come ultima ratio: giusto non perché perfetto, ma perché non c’è criterio migliore (pensiamo al Lotto). Dove ci sono criteri sostantivi (merito, idoneità, priorità sociali), il caso va respinto.
E poi esistono i dilemmi tragici (il trolley problem, o alcuni scenari di guerra): qui non c’è una scelta “giusta” in senso stretto. Il diritto può tuttavia distinguere tra atto antigiuridico e colpevolezza, arrivando anche all’assoluzione di chi ha evitato un male maggiore senza che, per questo, la sua azione diventi giusta.
Attese smisurate e riforme concrete: contro la retorica del “tutto e subito”
Etichette come giustizia sociale, di genere, tra generazioni sono legittime, ma spesso vaghe: rischiano di produrre delusione e poi rinuncia al lavoro concreto. La via indicata da Schlink è sgranare gli slogan in problemi specifici (per esempio, ridurre gli svantaggi educativi dei bambini di famiglie povere) e accettare che servano scelte tra alternative entrambe difendibili (trasferimenti alle famiglie oppure investimenti in nidi e scuole).
Lo stesso realismo vale per l’aborto in Germania: la soluzione “illecito ma non punibile” ha ridotto la conflittualità preservando alcuni principi. Non è un cedimento etico: è la consapevolezza che il diritto tutela anche pace sociale e praticabilità.
Conoscenza che evolve, istituzioni da rinforzare: umiltà e fiducia critica
La giustizia si costruisce sulla migliore conoscenza disponibile, sapendo che cambierà. È la scienza ad aver smontato molte ragioni un tempo considerate buone. Da qui un doppio invito: umiltà (decidere con ciò che sappiamo oggi, pronti a correggerci) e fiducia critica nelle istituzioni della verità (scuola, università, stampa) e della decisione (parlamento, corti, amministrazioni).
Schlink riconosce l’erosione del credito istituzionale (anche per responsabilità storiche e retoriche corrosive), ma la democrazia resta un compromesso virtuoso: decidiamo insieme su questioni che riguardano tutti, non solo i direttamente interessati, pur ascoltandoli.
Perimetro della giustizia: animali, clima, IA e ciò che la giustizia non può
Quanto estendere l’orizzonte della giustizia? Schlink è prudente. Agli animali riconosce doveri di protezione (niente sofferenze inutili), ma non diritti propri in senso umano, perché non sono esercitabili dal titolare; è un punto che, nota, potrebbe evolvere in futuro.
Su clima e IA rifiuta lo slogan: “giustizia climatica/algoritmica”, che va tradotto in domande più precise (chi deve cosa a chi? per quale danno? con quali strumenti?). E ammette ambiti in cui la giustizia non decide, come l’amore, che non si distribuisce per merito o eguaglianza.
Riconoscere i confini evita che la giustizia diventi onnivora e, paradossalmente, ingiusta.
Misura e perseveranza
La chiosa di Schlink è un invito alla misura: non pensare la giustizia così in grande da farne un’utopia paralizzante, né così in piccolo da ridurla ad accomodamenti occasionali senza principi. In mezzo c’è il lavoro della giustizia: distinguere, motivare, comporre, scegliere tra alternative oneste, rivedere quando la realtà smentisce le nostre decisioni.
“La giustizia c’è, se la creiamo.”
Fammi sapere cosa ne pensi di questo articolo. Scrivimi qui nei commenti o sui social, dove mi trovi sempre come @peekabook2011
p.s. ti va di leggermi anche nella tua casella di posta? Iscriviti alla mia newsletter, e arriverò anche nella tua mail! 💌😃

