Andrea Bajani all’Istituto Italiano di Cultura a Berlino

Il 17 settembre, all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, Andrea Bajani ha presentato L’anniversario, Premio Strega 2025, un romanzo che mette in crisi la versione ufficiale della famiglia e interroga un tabù antico: si può interrompere il legame con i genitori se quel legame fa male? La voce di Bajani, tra ironia e rigore, ha dato forma a un’idea centrale: la letteratura non consola, attiva.

Come nasce L’anniversario: un libro riscritto 22 volte

Bajani racconta un’origine fatta di necessità e ostinazione: scrittura prima dell’alba, un primo blocco di tre settimane nel 2021, poi tre anni di lavoro e 22 versioni della stessa storia, finché il romanzo vero e proprio non ha preso forma.

«Scrivevo anche con mio figlio sulle ginocchia. Quella mezz’ora, quando arrivava, era fulminante. Poi tre anni e ventidue riscritture della stessa storia.»

Non è solo tecnica: durante quel tempo la storia diventa collettiva perché tocca un tabù condiviso, e i lettori cominciano a riconoscersi, portando in pubblico le proprie storie (come, ci dirà, è successo durante alcune presentazioni).

Dal particolare al collettivo: quando un tabù viene toccato

Arrivando in Italia per le prime presentazioni (Bajani vive negli USA), l’autore si accorge che quella “storia piccola” parla a moltissimi. Durante le serate arrivano testimonianze, riconoscimenti improvvisi, voglia di liberazione e, insieme, resistenze.

«Alle presentazioni le persone venivano a dirmi: “Questa è la mia storia”. Ho capito che avevo toccato un tabù: mettere in discussione la famiglia

L’effetto? Una destabilizzazione salutare: il romanzo rompe l’incantesimo della normalità apparente e autorizza a nominare l’indicibile domestico.

Romanzo, non autofiction: la forma che mescola vero e non vero

Per Bajani L’anniversario non è autobiografia, ma romanzo: il luogo in cui ciò che è vero e ciò che non è vero si fecondano a vicenda.

«Non ho scritto in termini autobiografici. Mi interessa la forma-romanzo: una meditazione continua che mescola il vero e il non vero

La letteratura, dice, non è la “vita interessante” dell’autore offerta a lettori annoiati; è piuttosto un generatore di realtà che mette in moto la vita di chi legge.

«Un libro così diventa un attivatore di autobiografie: i lettori arrivano e dicono “È la mia storia”.»

La versione ufficiale del padre e la figura della terapeuta

Nel cuore del romanzo c’è la contestazione di una versione: quella imposta dal padre, con il suo protagonismo, e l’invisibilità della madre. Il protagonista accende una luce diversa e ricompone i ruoli; la terapeuta (figura mai nominata come tale, ma riconoscibile) svolge lo stesso lavoro: smonta, decostruisce, restituisce complessità.

«Il padre ha acceso la luce solo su di sé, lasciando la madre al buio. Il libro disputa quella versione e la ricostruisce. La terapeuta fa lo stesso: smonta e riformula la storia di chi le parla.»

Un mestiere che cambia: liberarsi dalla produttività forzata

Bajani ripercorre un passaggio cruciale: nel 2016, durante una residenza di scrittura in Germania, interrompe la “carriera dello scrittore sempre con un libro in uscita”, inizia un lavoro in editoria e poi si dedica all’insegnamento negli Stati Uniti. Questo gli restituisce libertà di rischio: scrivere solo per necessità, anche a costo di sbagliare.

«Sono finalmente libero: posso scrivere quello che voglio perché lavoro, e quindi posso rischiare e fallire.»

Da qui, dice, nascono libri più particolari, non inseguiti ma necessari, capaci paradossalmente di arrivare a più persone proprio perché nati da un’urgenza vera.

La voce che arriva (e il diritto di fallire)

La voce non è un metodo, ma un evento: arriva. E spesso porta anche a vicoli ciechi, cimiteri di romanzi lasciati a metà, anni di lavoro che si ridistillano in quattro versi.

«La voce ti chiede cose che non sai ancora. A volte scrivi 200 pagine e capisci, anni dopo, che erano una poesia di quattro righe

Questo rischio (non sapere se si sta scavando verso il cielo, dice) è per lui l’unica condizione davvero necessaria alla scrittura.

Uno sguardo sul presente e l’ordinario

Niente sociologia astratta: Bajani dice di essere ossessionato dalle persone. Gli piace mangiare da solo al ristorante, osservare i gesti minimi degli altri (un tovagliolo, una TV accesa che nessuno guarda) e da lì chiedersi: come si sopravvive a sé stessi, oggi? Che tipo di solitudine producono i nostri anni?

«La domanda è sempre la stessa: come si fa a essere felici con sé stessi in un’epoca specifica?»

L’anniversario risponde senza prediche: riassetta la luce sulla scena di famiglia e lascia a chi legge il compito di riconoscersi o dissentire.

Citazioni sparse dalla serata

«Tre settimane di scrittura nel 2021 hanno acceso il fuoco. Poi tre anni e ventidue revisioni

«Il romanzo non è testimonianza dell’autore: è un attivatore della vita di chi legge

«Contestare la versione del padre significa dare finalmente volto alla madre

«Scrivo solo se ho nuove domande. Altrimenti, non mi interessa scrivere

Cosa mi resta

Qui a Berlino L’anniversario è apparso per ciò che è: un gesto di libertà. Non un atto d’accusa, ma una presa di distanza che permette al protagonista de libro (e a chi legge) di riprendersi la propria storia. Se un libro non ti fa sentire al sicuro, forse, è perché ti sta chiamando per nome 🙂

In chiusura

Ho partecipato all’evento con una piccola rappresentanza del gruppo di lettura in italiano di cui mi prendo cura. Ci piace partecipare a eventi del genere, per poi commentarli insieme durante il nostro incontro mensile. Bajani è stato alla mano e molto simpatico, a dispetto delle atmosfere scurissime del suo libro. E si è anche prestato a una foto ricordo con noi 😊


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